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Comportamento

Nella Mente del Terrorismo

lead_960Il terrorismo è una minaccia senza tempo. Dall’undici settembre 2001 si è però trasformata in una presenza costante che mina alla serenità quotidiana di tutto il mondo. Da allora gli attacchi sono aumentati del 38% in Francia, 21% nel Regno Unito e 17% negli Stati uniti, dati antecedenti alle stragi di Parigi, San Bernardino e la recente sparatoria nella discoteca di Orlando.

Conviviamo con la paura e l’incertezza, incertezza legata alla natura imprevedibile ed imprevenibile degli attacchi, all’inquietudine provocata dall’idea di un potere talmente subdolo e potente da essere riuscito ad attirare, negli ultimi cinque anni, 30000 foreign fighters – numero raddoppiato tra il 2014 ed il 2015.

Ma la paura da sola è inutile, se non deleteria. Il modo migliore di opporsi e difendersi da una minaccia è conoscerla, comprenderne i meccanismi che l’hanno generata. La scienza offre delle risposte alle domande che sorgono di fronte alle tragedie compiute in nome dell’estremismo. Cosa induce una persona al fanatismo? Perché delle persone adulte, cresciute in culture estranee a quella islamica, decidono di combattere per una causa che a noi appare aliena, posta agli antipodi dei valori in nome dei quali la nostra società ci ha educati? È possibile che una forma di psicosi collettiva sia la risposta a queste domande?

Purtroppo, l’assunzione secondo cui soltanto una persona affetta da psicosi o sadismo sia disposta ad atti di eclatante violenza è errata. Molti studi condotti tra gli anni sessanta settanta hanno confermato che la maggior parte dei terroristi non possa considerarsi mentalmente instabile, ma che si tratti di persone essenzialmente razionali che soppesano costi e benefici degli atti terroristi, giungendo alla conclusione della loro utilità e necessità.

L’obbedienza all’autorità

L'esperimento di Milgram sull'obbedienza all'autorità

L’esperimento di Milgram sull’obbedienza all’autorità

Nel 1961, a seguito del processo per crimini di guerra a carico del nazista Adolf Eichmann, Stanley Milgram condusse uno studio che poi diventò parte dei fondamenti della psicologia moderna. Con il suo controverso esperimento, Milgram si è proposto di rispondere alla domanda: “È possibile che Eichmann e i suoi milioni di complici stessero semplicemente eseguendo degli ordini?“.

La ricerca ha dimostrato che i partecipanti erano disposti a somministrare ad altre persone delle scosse elettriche, anche di intensità letale, dietro semplice richiesta del ricercatore. I partecipanti non erano in alcun modo costretti a partecipare, ma soltanto incalzati dal ricercatore che sosteneva la necessità di questa azione per il bene dello studio.

Una ricerca altrettanto controversa è quella condotta da Zimbardo. Il suo famoso esperimento della prigione di Stanford ha rivelato che gli studenti a cui era assegnato il “ruolo” di guardia carceraria, in una sorta di gioco simulazione durato qualche giorno, sono diventati in poco tempo molto inclini ad umiliare ed abusare degli altri studenti che invece recitavano la parte di prigionieri.

Questi esperimenti dimostrano che chiunque, trovandosi in specifiche condizioni, è capace di atti di violenza.

Dal punto di vista psicologico la maggior parte dei terroristi, così come i partecipanti agli esperimenti di Milgram e Zimbardo, possono essere definiti normali. Ciò che trasforma una persona ordinaria in un fanatico non è da ricondurre a difetti di personalità, ma piuttosto alle dinamiche sociali e di gruppo in cui si trova. Osservando meglio i risultati degli esperimenti, ciò non accade automaticamente a tutti i partecipanti. Secondo gli autori, il comportamento deviante di una persona dipende da due fattori: l’identificazione con gli altri elementi del gruppo ed il distacco da chiunque non ne faccia parte, cessando di considerare ogni elemento esterno come importante e degno di riguardi e considerazioni di alcun tipo, tantomeno etiche e morali.

Identificandosi con la causa a cui viene loro chiesto di aderire, e disidentificandosi dalle loro vittime, i partecipanti sono capaci di agire in modo oppressivo e violento.

Lo psichiatra forense Marc Sagemann nel suo libro scrive che i terroristi sono generalmente dei veri credenti che comprendono chiaramente il significato delle loro azioni, e non dei semplici robot che rispondono alle pressioni del loro gruppo. Senza mettere da parte l’importanza dei leader, come Bin Laden ed Al-Baghdadi, suggerisce che questi servano più da ispirazione che da veri e propri orchestratori delle azioni terroristiche. Nonostante i termini utilizzati dai media nel riportare le notizie di questi eventi, sono scarse le prove che dimostrano che gli attentati siano condotti da un leader.

Com’è possibile che una folta schiera di seguaci venga radunata senza che i leader forniscano ordini diretti? Proprio come negli esperimenti di Zimbardo e Milgram, infondono negli adepti un’identità comune dipendente da una causa ritenuta nobile. Proprio come i partecipanti agli esperimenti sono stati convinti in nome del progresso scientifico, I leader di ISIS ed Al Qaeda utilizzano questa strategia, appellandosi alla necessità di promuovere il terrore in favore di una società migliore, improntata ai principi della religione islamica. Un professore dell’Università dell’Arizona ha condotto una ricerca sistematica sulla propaganda dell’ISIS, notando come soltanto il 5% dei messaggi promuovesse attivamente comportamenti violenti, mentre la maggior parte di essi includesse una visione di un “califfato ideale”.

La credibilità ed il potere dell’ISIS sta però, purtroppo, non soltanto nelle azioni che promuove ma anche nel comportamento degli “avversari”. Una ricerca della London School of Economics ha rilevato che le persone scelgono un leader bellicoso se il gruppo percepito come avversario, a sua volta, assume un atteggiamento bellicoso. Questa reazione aggressiva fornisce un appiglio che, agli occhi dei seguaci, giustifica i loro moventi e li idealizza maggiormente.

Le manifestazioni anti-Islam supportano la strategia dell'ISIS, polarizzando la distinzione tra Musulmani e non Musulmani ed attirando altri seguaci

Le manifestazioni anti-Islam supportano la strategia dell’ISIS, polarizzando la distinzione tra Musulmani e non Musulmani ed attirando altri seguaci

Un ricercatore del King’s College di Londra ha sottolineato come ISIS agisca per spingere i paesi occidentali a reazioni tali da portare i Musulmani a disidentificarsi con queste comunità. Dopo l’attentato alla redazione di Charlie Hebdo, la rivista dello stato islamico Dabiq  ha pubblicato un editoriale in cui inneggia alla creazione di un mondo in cui la divisione tra Musulmani e non Musulmani sia netta. Spiegando che l’attentato alla sede della rivista francese è stato un primo passo in questa direzione.

Unirsi ad un gruppo radicale fornisce un senso di potere, identità ed appartenenza a persone che altrimenti vivrebbero nella solitudine, nel sentimento di impotenza ed inutilità. Spesso entra in gioco il senso di rivendicazione di passate umiliazioni. Studi sulle vite di alcuni terroristi indicano che traumi e violenze passate sono tra le cause più importanti che li ha condotti ad unirsi ad un movimento estremista.

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Molti dei responsabili degli attentati però sono nati nelle nazioni contro cui si scagliano. Anche questi individui maturano quel senso di estraneità dalla società in cui sono nati e cresciuti e dalle persone che li circondano, come anche lo stesso sentimento di rivendicazione sentito da chi invece è nato in ambienti e circostanze ben meno favorevoli. Alcuni ricercatori hanno intervistato diverse persone scozzesi, Musulmani e non, presso vari aeroporti. Tutti dichiaravano di “sentirsi a casa” dopo essere rientrati da un viaggio all’estero, ma gli scozzesi di religione Musulmana riportavano anche di sentirsi trattati con sospetto dalla sicurezza rispetto ai propri connazionali dall’aspetto caucasico. Queste situazioni conducono al cinismo e alla distaccamento dagli “altri”, ed a lungo andare porta alla perdita di identità ed ad una maggiore predisposizione a cedere al richiamo dell’estremismo.

 

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